La festa di San Giuseppe

Oltre la Pasqua, in Sicilia le tradizioni arcaiche di celebrare l’arrivo della primavera e la rinascita della natura furono traslate in parte sulla figura di San Giuseppe.
Il patriarca della chiesa cattolica, infatti, con il suo bastone di giglio ed in braccio Gesù Bambino, riprende in pieno il tema del rinnovamento. La devozione è tanta che nella regione è il secondo nome più diffuso con ben il 18.2% sul totale della popolazione italiana. Senza considerare la versione femminile, Giuseppa, che solo in Sicilia ha ben il 54% di tutte le donne italiane che portano quel nome, oltre ad essere il quarto nome più diffuso della regione.

Un successo quasi inaspettato per un santo di cui in effetti si sa poco. I Vangeli lo riportano in quanto discendente del Re Davide, e, tramite Giuseppe, Gesù potè essere chiamato legalmente e politicamente figlio di Davide, con cui spesso è appellato il Cristo. Il nome Giuseppe deriva dall’ebraico e significa “Che Dio aggiunga”, dato nel senso di augurio di nuovi figli, della continuità della specie.

La festa di San Giuseppe è stata da un po’ di tempo bistrattata. Fino al 1977 in Italia, il 19 marzo era un giorno festivo agli effetti civili, ma quell’anno la festività decadde e fu spostata alla prima domenica successiva disponibile. Poi ci si è messa anche la volontà di alcune figure clericali di voler sminuire l’importante figura del padre putativo del Signore, ribadendo che cadendo in periodo quaresimale essa doveva essere spostata in un giorno feriale, lontano dalla domenica.

Tuttavia per tutti e per sempre il giorno del Patrono della Chiesa è il 19 marzo: già papa Leone XIII esortava i fedeli a “dei paesi nei quali il 19 marzo, giorno sacro a San Giuseppe, non è compreso nel novero delle feste di precetto, che non trascurino tuttavia per quanto è possibile, di santificarlo almeno privatamente, ad onore del celeste Patrono, quasi fosse giorno festivo” scritto nella sua enciclica “Quamquam pluries“.

Probabilmente di natura più recente (giusto qualche secolo fa) sono le tradizioni culinarie. I quaranta giorni di digiuno erano troppo lunghi da sopportare per delle popolazioni già malnutrite e che sicuramente non avevano l’abbondanza di viveri di cui godiamo oggi. Pertanto la festa di San Giuseppe fu l’occasione buona per dare sfogo alle più succulente pietanze, pur rimanendo fedeli alla tradizione di non mangiare la carne. Ed ecco allora la pasta con le sarde, tipica del periodo per via del nuovo pescato e del finocchietto selvatico che rigoglioso cresce sui pendii, insieme ai più svariati dolci, dalle zeppole alle sfinci, se siete meridionali continentali o meridionali isolani. Le prime un po’ più raffinate (continentali appunto), mentre le seconde hanno una forma non perfetta. Per il loro ripieno si usa la ricotta di pecora, un altro alimento abbondante in questa stagione, oggi arricchita con canditi e spezie.

Un’altra usanza sono le tavolate e gli altari di pane. In un tempo in cui si possedevano poche ricchezze materiali, si aveva un forte senso di comunità, ed in occasione della festa si organizzavano delle tavolate a cui tutti, soprattutto i meno abbienti, potevano cibarsi e festeggiare la nuova stagione, come un nuovo anno. I più estrosi poi sono tutt’oggi impegnati a creare le più articolate forme di pane per rendere grazie a San Giuseppe.

Ed anche a Caltabellotta si festeggia San Giuseppe secondo la tradizione. Tipici sono gli altari di pane realizzati da gruppi di volontari e dalle scuole, oltre che rituali che prevedono il fuoco. Quest’ultimi hanno un’usanza più forte nella frazione Sant’Anna.

Di seguito gli articoli delle edizioni della festa che ho potuto documentare.

Archivio edizioni passate:

Anno 2016

Anno 2017

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